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Domanda vita distrutta

24/06/2013 20:19 #3042 da angelocaduto
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    salve, vi voglio raccontare una storia triste ma vera. da quando sono nata subisco violenze psicologiche e quando ero piu piccola fisica, ora non piu fisica , ma psicologica da mio padre.(fisica non sessuale, schiaffi e pugni), mio padre mi ha rovinato la vita, litiga con mio marito pesantemente, con i suoi parenti, attualmente vive con la pensione di sua madre che è in un letto che non si può piu' muovere, dove anche questa donna subisce violenze, abbiamo più volte denunciato la situazione presso i carabinieri, ma conoscendo l'individuo , nemmeno loro fanno qualcosa, la mia emozione è forte , forse non riesco a far capire bene la gravità della situazione.
    perseguita mio marito al lavoro con minacce.
    perseguita me è tutte le mie amiche con minacce.
    minaccia perchè non ha soldi per mangiare, perchè si gioca tutto al video poker.
    a chi posso denunciare la cosa se le autorità non agiscono?
    mio padre percepisce una pensione di invalidità di circa 300 euro, perché andava a rubare il rame è rimasto folgorato , ma non è morto, la mano destra è rimasta paralizzata.
    prende il tavor da 20 anni perché dice di essere depresso. aggredisce tutti verbalmente, ma ormai in paese nessuno ci fà caso, è tuto ricade sulla famiglia, io , ormai l'unica rimasta nel paese.cosa posso fare aiutatemi vi prego
    24/06/2013 21:11 #3045 da luxlux

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  • Risposta da luxlux al topic vita distrutta
    Ciao angelocaduto,
    Mi dispiace molto per la tua situazione, sopratutto quando il male arriva dalla propria famiglia.

    Hai provato a richiedere una distanza cautelativa ?


    riporto un po di testo preso in sito, linkato in fondo alla pagina, magari può esserti di aiuto.


    Il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa tra principio di legalità e discrezionalità giudiziale
    24 Gennaio 2012

    Nota a Cass. pen., sez. VI, 7 aprile 2011 - dep. 8 luglio 2011, n. 36819, Pres. De Roberto, Rel. Fidelbo

    [Laura Collini]

    L'art. 282-ter c.p.p. richiede che il giudice indichi in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all'indagato è fatto divieto di avvicinamento, non essendo concepibile una misura cautelare che si limiti a far riferimento genericamente "a tutti i luoghi frequentati" dalla vittima (massima redazionale).

    Clicca qui per scaricare il testo della sentenza.



    SOMMARIO: 1. La "nuova" misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa - 2. La necessità di indicazione specifica dei luoghi cui è fatto divieto di avvicinamento - 3. L'art. 282-ter c.p.p. alla luce dei principi di legalità e tassatività in materia cautelare - 4. Alcuni spunti di riflessione.



    1. La "nuova" misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa

    Come noto, con il "pacchetto sicurezza" del 2009[1], a fronte dell'allarme diffusosi nell'opinione pubblica in relazione al percepito aumento di reati, soprattutto a sfondo sessuale[2], il legislatore ha ampliato il novero dei comportamenti penalmente rilevanti, con l'introduzione del delitto di atti persecutori (cosiddetto stalking), ed è intervenuto, in maniera significativa, sul sistema delle cautele personali all'interno del processo.

    In particolare, è stata inserita all'art. 282-ter c.p.p. una nuova misura cautelare personale di tipo coercitivo: il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa del reato[3].

    Con tale strumento cautelare, il giudice fa divieto al destinatario di avvicinarsi a luoghi determinati, che siano abitualmente frequentati dall'offeso, oppure gli impone di mantenere una determinata distanza da tali luoghi e dalla persona offesa. In presenza di «ulteriori esigenze di tutela», tale prescrizione è riferibile anche ai prossimi congiunti della persona offesa, nonché a persone con essa conviventi o comunque legate da relazione affettiva.

    Sotto il profilo oggettivo, la misura si articola, quindi, in un possibile «doppio contenuto»: un divieto "generico" di avvicinarsi ai luoghi frequentati con abitudine dalla vittima e un obbligo "specifico" di restare ad una determinata distanza, assorbente il primo[4].

    Il contenuto della cautela, nella sua duplice articolazione, è ulteriormente integrabile con il divieto per la persona sottoposta alle inibizioni in questione di comunicare con qualsiasi mezzo con i soggetti protetti.

    Pur trattandosi di una misura palesemente correlata alla repressione dei fatti di stalking, il nuovo strumento si caratterizza, in realtà, per la generale portata applicativa, non essendo vincolata ad alcuna tipologia predeterminata di illecito penale[5].

    L'art. 282-ter c.p.p. è diretto ad allargare lo spazio di protezione della vittima di atti violenti e persecutori a fronte delle possibili situazioni di contatto con l'aggressore, creando uno schermo di protezione attorno al "soggetto debole"[6], ispirato all'esperienza comparata dell'order of protection della legislazione angloamericana[7].

    Va ricordato, invero, che la legge 4 aprile 2001, n. 154, in materia di contrasto alla violenza nelle relazioni familiari, aveva già inserito nel novero degli strumenti cautelari personali l'allontanamento dalla casa familiare, di cui all'art. 282-bis c.p.p., misura che ha costituito, senza dubbio, il parametro di quella di più recente conio.

    Le affinità, e forse anche, in parte, le sovrapposizioni, tra le due misure cautelari sono molte, anche se, come è stato osservato[8], «le due norme paiono muovere da premesse diverse»: l'allontanamento dalla casa familiare, da un lato; una situazione di separazione "spaziale" dei protagonisti, dall'altro.

    Per l'art. 282-bis c.p.p., in un contesto caratterizzato dalla convivenza con la vittima[9], il nucleo centrale della cautela consiste nell'imposizione all'indagato di allontanarsi dalla casa familiare, cui corrisponde, anche se indirettamente, un divieto di avvicinamento. Ad ogni modo, tra le prescrizioni ordinabili dal giudice, la norma in questione non contempla né il mantenimento di una determinata distanza dalla casa e dall'offeso né un divieto di avvicinarsi riferito ad altri luoghi da esso ordinariamente frequentati.

    Nel raffronto tra l'art. 282-ter c.p.p. e il comma 2 dell'art. 282-bis, c.p.p., pur nella diversità dei presupposti delle due cautele, emerge una sostanziale identità di contenuto precettivo.

    Difatti, con l'ordinanza applicativa dell'allontanamento dalla casa familiare può comunque essere stabilito, in presenza di esigenze di tutela dell'incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, l'ulteriore divieto di avvicinamento a determinati luoghi dalla stessa praticati. Trattasi, però, di prescrizioni aventi natura accessoria e che, come tali, possono essere imposte solo contestualmente all'allontanamento dalla casa familiare e mai autonomamente. Inoltre, nell'art. 282-bis, comma 2, c.p.p. il legislatore limita la protezione ai prossimi congiunti, mentre l'art. 282-ter c.p.p. fa oggi riferimento anche ai conviventi e ai soggetti legati alla vittima da relazione affettiva. Sotto il profilo oggettivo, nella norma introdotta nel 2001, manca ogni riferimento all'obbligo di conservare una certa distanza. Se entrambe le disposizioni fanno salve le esigenze lavorative, alle condizioni e con le limitazioni ritenute opportune, nell'allontanamento, probabilmente per una supposta contraddizione con lo specifico presupposto della tutela[10], non vi è menzione delle necessità abitative. Nella misura di cui all'art. 282-bis c.p.p. non è, poi, contemplato il divieto di comunicazione con ogni mezzo tra indagato e offeso.

    In definitiva, il vero elemento di novità dell'istituto di recente introdotto concerne il divieto di avvicinamento "materiale e virtuale" all'offeso, indipendentemente dal luogo in cui esso si trovi[11], prescrizione non riconducibile ad alcuna delle misure precedenti.

    Per completezza, va ricordato, da ultimo, l'art. 282-quater c.p.p., anch'esso introdotto dal d.l. n. 11 del 2009, il quale prescrive l'obbligo di comunicare i provvedimenti coercitivi ex artt. 282-bis e 282-ter c.p.p. alla competente autorità di pubblica sicurezza, ai fini dell'adozione di eventuali provvedimenti in materia di armi e munizioni, nonché ai servizi socio-assistenziali del territorio e alla stessa persona offesa.



    2. La necessità di indicazione specifica dei luoghi cui è fatto divieto di avvicinamento

    La pronuncia della VI sezione 7 aprile 2011 (dep. 8 luglio 2011) n. 36819 rappresenta una delle prime decisioni della Corte di cassazione con riferimento alla cautela di cui all'art. 282-ter c.p.p.

    Con il ricorso sottoposto al vaglio della Suprema Corte venivano dedotti vari motivi di illegittimità del provvedimento cautelare, tra cui: l'aver omesso l'interrogatorio ai sensi dell'art. 294 c.p.p., la carenza dei gravi indizi di colpevolezza, la sproporzione della misura rispetto ai fatti contestati, la carenza delle esigenze cautelari. Tali doglianze venivano dichiarate assorbite dal motivo accolto, concernente l'indeterminatezza delle prescrizioni contenute nell'ordinanza applicativa della misura.

    Invero, il provvedimento poneva all'imputato il divieto di avvicinarsi «a tutti i luoghi frequentati» dall'offeso, omettendo di indicarli in modo specifico, come, invece, imposto dall'art. 282-ter c.p.p., laddove pretende siano individuati «luoghi determinati».

    Per i giudici di legittimità, «con il provvedimento ex art. 282-ter c.p.p., il giudice deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all'indagato è fatto divieto di avvicinamento, non potendo essere concepibile una misura cautelare, come quella oggetto di esame, che si limiti a far riferimento genericamente "a tutti i luoghi frequentati" dalla vittima», giacchè si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l'imporre «una condotta di non facere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere, di fatto, rimessa alla persona offesa».

    La necessità di specificare i luoghi ai quali il destinatario della misura non può avvicinarsi risponde all'esigenza di consentire l'esecuzione delle prescrizioni imposte e il controllo sulla loro osservanza.

    Oltre a ciò, secondo la Corte di cassazione, la determinatezza del contenuto dell'ordinanza cautelare rappresenta «un giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, incentrate sulla tutela della vittima, e il minor sacrificio della libertà di movimento della persona sottoposta alle indagini».

    Parallelamente, con riferimento alla prescrizione di "mantenere una determinata distanza" dai luoghi frequentati dalla persona offesa, l'ordine giudiziale «non può essere riferito anche ad 'incontri occasionali', ossia a quelli in cui l'intimato non cerchi volontariamente il contatto con la vittima»: anche in questo caso, la rilevata esigenza di contemperare la sicurezza con il minor sacrificio della libertà dell'intimato impone la fissazione di «indicazioni specifiche, con riferimento alle situazioni in cui vi sia il concreto rischio che la persona offesa possa venire a contatto con l'autore dei reati posti in essere ai suoi danni (ad esempio, nel caso in cui le due persone lavorino nello stesso ufficio o nello stesso luogo di lavoro)».



    3. L'art. 282-ter c.p.p. alla luce dei principi di legalità e di tassatività in materia cautelare

    Nell'analizzare, più in generale, la misura cautelare di cui all'art. 282-ter c.p.p., la Suprema Corte evidenzia come essa, analogamente all'allontanamento dalla casa familiare, sia caratterizzata dal fatto di affidare al giudice della cautela «il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l'obiettivo cautelare». L'efficacia in concreto di queste due misure sarà, pertanto, legata «a come il giudice le riempie di contenuti attraverso le prescrizioni che le norme gli consentono».

    Queste affermazioni meritano maggior approfondimento.

    Nei primi commenti alla "nuova" misura del divieto di avvicinamento si è avanzata una critica alla formulazione dell'art. 282-ter c.p.p. sul piano della determinatezza e del rispetto del principio di legalità in materia cautelare[12].

    Si è sottolineato che, «rispetto alla sostanziale precisione descrittiva delle altre misure cautelari, qui la norma chiede al giudice di costruire la cautela di volta in volta, offrendogli ben pochi appigli», per cui «il ruolo del giudice appare esorbitante e stona con i principi in materia di limitazioni temporanee della libertà»[13].

    La dottrina che valorizza il principio di legalità ritiene che le esigenze ad esso connesse implichino «inderogabili pretese di determinatezza nella creazione di ogni strumento cautelare», non essendo il legislatore «autorizzato a licenziare fattispecie cautelari vaghe o indeterminate, la cui precisa definizione sia lasciata alla dialettica tra pubblico ministero e giudice»[14].

    Una lettura così rigida del principio di legalità non sembra poter essere interamente condivisa.

    Appartenente all'intero sistema processuale in virtù dell'art. 111, comma 1, Cost., secondo cui «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge», il principio di legalità assume particolare rilevanza proprio con riferimento agli strumenti idonei ad incidere sulla libertà personale dell'individuo[15].

    Invero, come risaputo, l'art. 13 Cost., dopo averne affermato, al comma 1, il carattere inviolabile, consente, al comma successivo, possibili interventi limitativi della libertà personale nel corso del processo, con una duplice garanzia: la tassatività della previsione legislativa, che deve determinare i «casi» e i «modi» di tale limitazione, da una lato, e la provenienza giudiziaria dell'atto, necessariamente motivato, con cui la libertà viene compressa, dall'altro.

    A livello di legislazione ordinaria, l'art. 272 c.p.p.[16], che apre la disciplina codicistica in materia di misure cautelari personali, non fa riferimento alla legge in generale, bensì alle disposizioni del titolo I, libro IV del codice di rito, a norma delle quali «soltanto» sono ammesse limitazioni alla libertà personale. Si attribuisce, così, «portata, in via di principio, esaustiva alla disciplina codicistica, sia quanto a presupposti legittimanti (i "casi" di cui all'art. 13 Cost.), sia quanto a dinamica esplicativa del potere cautelare (i "modi" del suo esercizio)»[17].

    I principi di tipicità e di tassatività consentono di circoscrivere l'ambito della discrezionalità del giudice nell'applicazione concreta della singola misura cautelare: si è parlato, al riguardo, di discrezionalità vincolata, perché il giudice, «sciolto da meccanismi automatici», è chiamato ad una «valutazione da effettuarsi caso per caso»[18].

    La necessità di tipizzazione dei «casi e modi» in cui la libertà personale può essere legittimamente compressa esclude, certamente, un ulteriore rinvio da parte della legge alla piena discrezionalità del giudice che la applica.

    Tuttavia, non può ritenersi che il principio di legalità, il quale resta, senza dubbio, uno dei canoni fondamentali in materia cautelare, precluda al legislatore di dar vita a strumenti coercitivi caratterizzati da apprezzabile duttilità, consentendo così al giudice di assicurare un'efficace tutela caso per caso.

    Al riguardo, va evidenziato come già l'art. 284 c.p.p., in tema di arresti domiciliari, permetta al giudice, nell'esercizio del suo potere discrezionale, di "graduare" la misura cautelare in relazione allo specifico contesto sottoposto alla sua attenzione. Con l'ordinanza cautelare il giudice può, infatti, prescrivere all'imputato di non allontanarsi, a seconda dei casi, dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora ovvero da un luogo pubblico di cura o di assistenza; quando è necessario, può imporre limiti o divieti alla facoltà di comunicare con persone, purché diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono; se, poi, l'imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita ovvero versa in situazione di assoluta indigenza, può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata dal luogo degli arresti per il tempo strettamente necessario per provvedervi[19]. Una cautela, dunque, non interamente predefinita dal legislatore, ma configurata da quest'ultimo in modo flessibile, modulabile dal giudice alla luce della situazione concreta.

    L'introduzione della "nuova" misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa si colloca in questa linea di tendenza volta a calibrare la cautela con lo specifico periculum libertatis sotteso alla particolari connotazioni dell'ipotesi criminosa per cui si procede[20].

    La stessa decisione in commento sottolinea come la misura di cui all'art. 282-ter c.p.p., come pure quella dell'allontanamento dalla casa familiare, sia «normativamente "temperata" sulla situazione che si vuole tutelare in via cautelare».

    Con l'introduzione degli artt. 282-bis e 282-ter c.p.p. il legislatore ha creato uno statuto di misure cautelari non custodiali specificamente orientato alla tutela della vittima del reato[21]. Proprio al fine di perseguire più efficacemente questo obiettivo, le norme in questione non contengono prescrizioni integralmente predeterminate: esse, al contrario, attribuiscono al giudice spazi di discrezionalità, anche ampi, ma funzionali a "plasmare" la cautela alla situazione concreta al suo esame.

    La previsione di misure mirate - che non escludono, se necessaria, l'applicazione di misure più afflittive - permette di individuare lo strumento più adeguato alla specifica situazione criminosa. Inoltre, attraverso la graduazione, in concreto, delle singole prescrizioni e delle relative modalità di esecuzione, sarà possibile conformare ulteriormente la cautela alle peculiari connotazioni fattuali[22], rispondendo, così, alle esigenze della persona offesa e alle sue istanze di tutela.

    Ciò non significa, evidentemente, indeterminatezza del precetto normativo. È chiaro che le misure riconducibili all'art. 282-ter c.p.p. possono essere, in concreto, molto diverse tra loro, soprattutto con riferimento al grado di incidenza sulla libertà del destinatario, che può variare, anche in maniera significativa, a seconda del contenuto di ogni singola ordinanza applicativa. Ma questo non autorizza affatto a concludere che la cautela in esame sia di tipo "pretorio", essendo comunque regolata dalla legge nei presupposti e nelle condizioni di applicabilità[23], in conformità ai suesposti principi di legalità e di tassatività.





    4. Alcuni spunti di riflessione

    Se, alla luce di quanto sopra esposto, la "nuova" misura coercitiva deve ritenersi, di per sè, compatibile con il principio di legalità in materia cautelare, alcuni profili di criticità potrebbero, per vero, emergere, nella prassi, dal collegamento con il delitto di atti persecutori di cui all'art. 612-bis c.p., introdotto, anch'esso, con il "pacchetto sicurezza" del 2009[24].

    Il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa costituisce certamente uno degli strumenti più efficaci ad impedire che la sequela delle persecuzioni si protragga ulteriormente e a prevenire possibili evoluzioni criminose della condotta.

    Ciò nondimeno, come sottolineato in dottrina, l'art. 612-bis c.p. descrive il comportamento penalmente sanzionato con costruzioni sfumate, dalle "maglie larghe", alquanto deficitarie sul piano della tassatività e precisione della fattispecie incriminatrice[25]. La tipizzazione legislativa della condotta punibile presenta «diverse zone di indeterminatezza»[26], la cui delimitazione viene inevitabilmente affidata all'opera di concretizzazione del giudice.

    Ne consegue che, nel caso di applicazione della misura cautelare ex art. 282-ter c.p.p. con riferimento al delitto di atti persecutori, l'ambito di discrezionalità dell'organo giudicante è piuttosto ampio.

    Risulterà, dunque, di notevole importanza la valutazione, nel caso concreto, del fumus del delitto di cui all'art. 612-bis c.p. e, soprattutto, l'indagine, richiesta dall'art. 274, lett. c) c.p.p., sulle «specifiche modalità e circostanze del fatto» e sui «comportamenti e atti concreti» dell'indagato[27]. Onde scongiurare il rischio, considerata l'evanescenza della norma penale incriminatrice, di applicazioni "quasi automatiche" della misura cautelare in questione.



    [1] Per un commento alla normativa in questione cfr. AA.VV., Il "Pacchetto sicurezza" 2009 (Commento al d.l. 13 febbraio 2009, n. 11 conv. in legge 23 aprile 2009, n. 38 e alla legge 15 luglio 2009, n. 94), a cura di Mazza e Vigano, Torino, 2009; AA.VV., Commento articolo per articolo al D.l. 23.2.2009, n. 11, conv. con modif., in l. 23.4. 2009 n. 38 - Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, Leg. pen., 3, 2009, 415 e ss.; RESTA, Il decreto legge in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla violenza sessuale, in Giur. merito, 2009, 891 e ss.

    [2] Sul punto, MARZADURI, Il ricorso alla decretazione d'urgenza condizionato dal diffuso allarme sociale, in Guida dir., 2009, n. 10, 39.

    [3] Per un generale inquadramento della nuova misura cautelare cfr. BRICCHETTI - PISTORELLI, Possibile vietare l'avvicinamento alla "vittima", in Guida dir., 2009, n.10, 72; VALENTINI, sub art. 282-ter c.p.p., in Codice di procedura penale commentato, a cura di Giarda e Spangher, IV ed., Milano, 2010, 3001 e ss.

    [4] Cfr. MARANDOLA, I profili processuali delle nuove norme in materia di sicurezza pubblica, di contrasto alla violenza sessuale e stalking, in Dir. pen. proc., 2009, 967.

    [5] In questo senso MARANDOLA, op. cit., 966, secondo la quale «ancorché occasionata dalla nuova disciplina in tema di atti persecutori, la mancanza di ogni riferimento all'art. 612-bis c.p. consente di affermare la generale applicabilità della misura».

    [6] MAFFEO, Il nuovo delitto di atti persecutori (stalking): un primo commento al d.l. n. 11 del 2009 (conv. con modif. dalla l. n. 38 del 2009), in Cass. pen., 2009, 2727. Secondo un condivisibile orientamento, per luogo abitualmente frequentato dalla persona offesa può intendersi sia uno spazio fisico che virtuale, non sussistendo, in tal senso, ostacoli di ordine letterale o sistematico: sul punto, cfr. DI DEDDA, La novella in tema di contrasto alla violenza sessuale e atti persecutori: primi rilievi processuali, in Arch. nuova proc. pen., 2009, 426.

    [7] Per un confronto tra la misura di cui all'art. 282-ter c.p.p. e i restraining orders (o injunctions) dei Paesi di common law cfr. MORELLI, commento sub. art. 9 d.l. 23.2.2009, n. 11, cit., 497 e 498 e i riferimenti bibliografici ivi citati.

    [8] MARANDOLA, op. cit., 968.

    [9] In mancanza di previsione esplicita la giurisprudenza ha spesso optato per un'interpretazione estensiva applicando l'art. 282-bis c.p.p. anche in assenza di convivenza delle parti: in questo senso cfr. Cass., sez. VI, 3 luglio 2008, Pala, in CED 240664. A tal proposito, in dottrina si è osservato come l'introduzione della cautela del divieto di avvicinamento «potrebbe portare la giurisprudenza ad abbandonare l'interpretazione estensiva dell'art. 282-bis c.p.p.»: così cfr. MORELLI, commento sub art. 9, cit., 508.

    [10] MARANDOLA, op. cit., 969.

    [11] ZACCHè, Vecchi automatismi cautelari e nuove esigenze di difesa sociale, in AA. VV., Il "Pacchetto sicurezza" 2009, cit., 297.

    [12] In particolare cfr. MORELLI, commento sub art. 9, cit., 499 e ss.

    [13] MORELLI, ult. op. cit., 500.

    [14] Sempre MORELLI, ult. op. cit., 505 e 506, per il quale «il difetto di determinatezza dell'art. 282-ter c.p.p. costringe l'interprete a esegesi restrittive su ogni elemento della fattispecie».

    [15] Sul principio di legalità cautelare cfr. CANZIO, sub art. 272 c.p.p., in Codice di procedura penale. Rassegna di giurisprudenza e dottrina, diretto da Lattanzi e Lupo, vol. IV, Misure cautelari. Artt. 272-325, a cura di Canzio - Spagnolo - De Amicis, vol. III, Milano, 2003, 3 e ss.; CHIAVARIO, sub art. 272 c.p.p., in Commento al codice di procedura penale, a cura di Chiavario, Torino, 1991, 23 e ss.; DE CARO, Presupposti e criteri applicativi, in Trattato di procedura penale, diretto da Spangher, vol. II, Prove e misure cautelari, II, a cura di Scafati, Torino, 2008, 5 e ss.; SPANGHER, sub art. 272 c.p.p., in Codice di procedura penale commentato, a cura di Giarda e Spangher, cit., 2817 e ss.

    [16] È stato osservato come la disposizione in esame, esprimendo "in positivo" una garanzia che l'art. 13 cost. proclama in chiave negativa, lascia in ombra quel rapporto di «regola» ad «eccezione» che sempre dovrebbe presiedere alla definizione dei rapporti tra il diritto di libertà e le sue restrizioni: così GREVI, Misure cautelari, in Compendio di procedura penale, a cura di Conso e Grevi, 4ª ed., 2010, 389.

    [17] CHIAVARIO, sub art. 272 c.p.p., cit., 24 e 25.

    [18]SPANGHER, sub art. 272 c.p.p., cit., 2817.

    [19] Sulla misura cautelare di cui all'art. 284 c.p.p. cfr., tra gli altri, CHINNICI, sub art. 284 c.p.p., in Codice di procedura penale commentato, a cura di Giarda e Spangher, cit., 3008 e ss.; DE AMICIS, sub art. 284, in Codice di procedura penale. Rassegna di giurisprudenza e dottrina, diretto da Lattanzi e Lupo, vol. IV, cit., 471 e ss.

    [20] In questi termini, MARANDOLA, I profili processuali, cit., 969.

    [21] Nell'ottica di tutela della persona offesa si veda, in prospettiva europea, l'iniziativa del Regno del Belgio, della Repubblica di Bulgaria, della Repubblica di Estonia, del Regno di Spagna, della Repubblica francese, della Repubblica italiana, della Repubblica di Ungheria, della Repubblica di Polonia, della Repubblica portoghese, della Romania, della Repubblica di Finlandia e del Regno di Svezia in vista dell'adozione della direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio sull'ordine di protezione europeo, in GUUE, C 69, 18.03.2010, 2, (disponibile in www.eur-lex.europa.eu ).

    [22] Ancora MARANDOLA, op. cit., 969.

    [23]In questo senso, cfr. CANZIO, La tutela della vittima nel sistema delle garanzie processuali: le misure cautelari e la testimonianza "vulnerabile", in Dir. pen. proc., 2010, 988.

    [24] Sul delitto di "stalking", cfr. BRICCHETTI - PISTORELLI, Entra nel codice la molestia reiterata, in Guida dir., 2009, n. 10, 61 e ss.; CADOPPI, Atti persecutori: una normativa necessaria, in Guida dir., 2009, n. 19, 49 e ss.; FIANDACA, Diritto penale. Parte speciale, vol. II, I, I delitti contro la persona, 3ª ed., Padova, 2011, 216 e ss.; MACRì, Modifiche alla disciplina delle circostanze aggravanti dell'omicidio e nuovo delitto di "Atti persecutori", in Dir. pen. proc., 2009, 824 e ss.; VALSECCHI, Il delitto di atti persecutori (il cd stalking), in AA.VV., Il "Pacchetto sicurezza" 2009 (Commento al d.l. 13 febbraio 2009, n. 11 conv. in legge 23 aprile 2009, n. 38 e alla legge 15 luglio 2009, n. 94), a cura di Mazza e Viganò, cit., 229 e ss.

    [25] In dottrina sono state sollevate numerose critiche in ordine alla tassatività della norma incriminatrice di cui all'art. 612-bis c.p.: cfr., tra gli altri, FIANDACA, Diritto penale, cit., 216 e ss.; LOSAPPIO, Vincoli di realtà e vizi del tipo nel nuovo delitto di "Atti persecutori"- Stalking the stalking, in Dir. pen. proc., 2010, 869 e ss.; MINNELLA, Restano incerti i confini della punibilità del delitto di atti persecutori, in Cass. pen., 2011, 968 e ss.

    [26] Così FIANDACA, Diritto penale, cit., 217.

    [27] Sul carattere decisivo di questa valutazione si concorda con MORELLI, commento sub art. 9, cit., 504 e 505.

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